L’altro giorno ho letto un’intervista a Maria De Filippi, a proposito di Sanremo, che ho trovato molto interessante. Tra le altre cose, diceva che lei e Carlo Conti condividono la stessa visione della tv: non ci vanno per insegnare come va il mondo, ma per raccontarlo.

“Raccontare vs. insegnare” è uno scontro che dura da secoli. Proprio qualche lezione fa, parlando di punti di vista, narrazione e focalizzazione, spiegavo ai miei allievi che oggi nessun lettore accetterebbe di sentirsi fare la morale dallo scrittore di turno: lo scrittore contemporaneo non è più un eletto che parla da un pulpito, ma è tornato ad essere un servitore, fino a sparire dietro le quinte della sua storia.

Nella narrativa italiana questo passaggio si vede benissimo se si confrontano Manzoni e Verga. Manzoni nei suoi Promessi sposi è ancora ben presente nella storia, spiega, commenta, dà giudizi; Verga nei suoi Malavoglia fa due passi indietro, racconta e basta. Poi è chiaro che l’obiettività assoluta non esiste, perché già il fatto di scegliere una storia piuttosto che un’altra è una decisione soggettiva, e soggettive sono tutte le scelte narrative che via via compongono la storia. Non era oggettivo nemmeno il Cineocchio delle avanguardie russe, perché piazzare la macchina da presa in punto invece che in un altro, inquadrare questo invece di quello implica di per sé una scelta. Però è ben diverso raccontare una storia e dire “io la penso così e voi dovreste pensarla come me” oppure “io sto raccontando una storia e basta, le conclusioni traetele voi”.

Certo, è anche più rischioso, perché poi il lettore/spettatore/ascoltatore può dimenticarsi di quel che scriveva già Marziale (“Lasciva est nobis pagina, vita proba”) e sovrapporre storia e autore. E così Flaubert viene processato per oscenità, Nabokov viene bandito, Fitzgerald tacciato di superficialità esattamente come sessant’anni dopo capiterà a Ellis e McInerney. E, perdonatemi se il paragone vi sembra azzardato, Maria De Filippi viene criticata e confusa con i suoi programmi e i suoi tronisti. Ma è solo perché la televisione (medium di massa per eccellenza) ci ha messo un po’ di più a fare una distinzione tra racconto e insegnamento.

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