Su Facebook gira una specie di catena in cui ognuno deve segnalare dieci copertine di dieci libri che hanno avuto un forte impatto eccetera eccetera.
Ho deciso di riprendere questa idea, spiegando in breve il perché di ogni scelta.

“Il giovane Holden” è il romanzo che odiano tutti quelli che l’hanno letto a scuola e che amano tutti quelli che l’hanno scoperto da soli. Per cui ringrazio i miei prof per non avermelo mai assegnato. Di Salinger adoro tutto ciò che ha pubblicato (troppo poco) e tutto ciò che spero un giorno salti fuori dalla fantomatica cassaforte. Ma “Il giovane Holden” è stato la prima cosa che ho letto di lui, e che poi ho riletto e riletto ancora. Quando qualcuno critica Holden, riesco quasi a offendermi.

Il Romanzo Perfetto non esiste, eppure se dovessi spiegare il significato di Romanzo (quasi) Perfetto direi di leggere “La valle dell’Eden”. Steinbeck è autore noto e celebrato, soprattutto per “Furore” e “Uomini e topi”, eppure secondo me è in questo romanzo che raggiunge l’apice della sua bravura. Qui la storia sovrasta tutto ed è una storia bellissima, universale, per molti aspetti (fin dal titolo) biblica.

Se non ricordo male la prima volta che io e Carlotta abbiamo litigato è stato dopo aver visto il film “Revolutionary Road”. C’è da dire che io avevo una visione più completa della storia perché avevo già letto il libro, e lei no. Un romanzo bellissimo, in cui nessuna parola è di troppo e ogni frase sembra perfetta, “rotonda”. È stato da qui che è iniziato il mio amore per Yates, l’autore più fitzgeraldiano dopo Fitzgerald.
Con Carlotta abbiamo poi litigato altre mille volte, altre mille volte litigheremo, per cui non fatevi scoraggiare neanche da questo. Al massimo, leggete prima il libro.

Nell’estate dei miei sedici anni, io e due miei amici passavamo le serate finalesi a giocare a tennis nel parcheggio di fronte a casa. C’erano sempre due ragazze – due sorelle – che venivano a guardarci ma non noi non parlavamo a loro e loro non parlavano a noi. In quei giorni leggevo “Il giardino dei Finzi-Contini” e così mi sembrava di essere finito nel campo da tennis di Micòl.
Oggi uno di quei due miei amici non c’è più, dell’altro ho perso le tracce. Però le sensazioni di quell’estate sono rimaste per sempre legate alle canzoni degli 883 e al romanzo di Bassani.

Avevo nove anni e in edicola ho trovato questo libro. È stato il primissimo libro game che ho letto in vita mia ed è stata una scoperta meravigliosa: potevo essere il protagonista della storia e prendere decisioni! Naturalmente poi ho fatto incetta di altri libri game della stessa collana e qualche anno dopo sarebbe arrivato il tempo di “Lupo Solitario” di Joe Dever.
Questi libri hanno avuto una tale influenza su di me che una decina di anni dopo, quando mi sono messo a scrivere, ho deciso di usare la seconda persona. Non è un caso se “Quelli di Goldrake” e “Bambole cattive a Green Park”, i miei primi romanzi, li ho scritti così. Il mio obiettivo era l’immersività dei libri game.

Di Fitzgerald avrei potuto mettere qualsiasi libro ma scelgo il più famoso e il primo che ho letto. “Il grande Gatsby” è un altro romanzo per il quale mi arrabbio da morire quando ne sento parlare con sufficienza o peggio ancora con disprezzo.
Perché mi sembra che tutti i miei sforzi degli ultimi anni siano stati finalizzati a scrivere qualcosa che messo vicino al più brutto testo di Fitzgerald non sfigurasse troppo, e quindi è come se dicessero a un prete che Dio non esiste e che la sua vita l’ha buttata correndo dietro a una chimera. O, appunto, perdendosi in quella luce verde dall’altra parte della baia.

Nonostante quest’anno compia un secolo tondo tondo, “Mammiferi di lusso” rimane uno dei libri più divertenti che abbia mai letto. Una raccolta di racconti che andrebbe riscoperta, così come il suo autore. Peccato che sia fuori commercio. Per questo motivo da un po’ di anni sono diventato un collezionista di libri di Pitigrilli. Quando ne trovo qualcuno a un prezzo accettabile, me lo porto a casa con grande piacere.

Il classico libro che porterei sull’isola deserta è questo. Non solo perché con le sue tremila pagine mi terrebbe compagnia per un bel po’ di tempo ma soprattutto perché la Recherche è la lettura che più mi ha colpito/cambiato/accompagnato fra tutte quelle fatte nella mia vita. L’ho letto in un’estate complicata – era il 2005 – e in quel momento avevo proprio bisogno di sentirmi dire le parole che Proust aveva messo su carta quasi un secolo prima. Pensavo di trovare un grande autore troppo complicato e troppo (mal) citato e invece in quel momento ho trovato un amico.
Dopo aver finito “Alla ricerca del tempo perduto” mi sono chiesto se valesse ancora la pena leggere altro. E ho detto tutto.

Uno dei rari casi in cui – pur per motivi abbastanza diversi – è bellissimo il libro ed è bellissimo il film.
Nel libro prevalgono il divertimento e un linguaggio così riuscito (brava anche la traduttrice Floriana Bossi) da entrarti nel cervello e non risultare datato nemmeno dopo molti anni.
La storia di “Arancia meccanica” la conosciamo tutti, fa venire voglia di uscire e picchiare la gente. In questo lungo periodo di quarantena, un toccasana!