A dicembre io e Carlotta abbiamo frequentato un corso di avviamento al tiro con l’arco, dopodiché a Natale lei mi ha regalato Lo Zen e il tiro con l’arco di Eugen Herrigel.
Anche se questo libro parla di tutt’altro, leggerlo mi ha dato ottimi spunti di riflessione sulla scrittura.

Breve premessa: del vero significato dello Zen si sa poco o nulla, e lo stesso autore (che era un filosofo) ci mette in guardia spiegando che è una filosofia che può essere compresa appieno solo dagli orientali. Semplificando molto (mi scusino gli esperti), il motivo è che noi occidentali siamo legati al pensiero razionale, e il troppo pensare ci limita in ogni nostra attività.

A un certo punto il Maestro di kyūdō (l’arco giapponese) spiega all’autore che un arciere deve diventare tutt’uno con l’arco, con la freccia e pure con il bersaglio. Isolandosi completamente dal resto dell’universo. La stessa cosa penso che succeda – o dovrebbe succedere – con la scrittura.
Personalmente, quando scrivo di solito metto su un po’ di musica. Mi aiuta a entrare nel giusto mood. Ebbene, dopo un po’ che scrivo, se sono riuscito a immergermi nella scrittura, la musica non la sento più. Magari è passata pure una delle mie canzoni preferite e non me ne sono nemmeno accorto. Quando si scrive bisognerebbe riuscire a fondersi con la tastiera (o con la penna o con la macchina per scrivere, fate voi) ed escludere tutto il resto. A volte si riesce, a volte no, ma quando succede il risultato è migliore.

L’altro punto che mi ha colpito è il percorso che si deve compiere per apprendere un’arte. Anche questo può essere facilmente ricondotto al discorso della scrittura. Quando si inizia a scrivere, infatti, si è molto spontanei e spesso questo viene rilevato nei romanzi d’esordio, che magari peccano di ingenuità ma quasi mai sembrano costruiti a tavolino.
Man mano che si impara il mestiere, che si fa propria la tecnica, si migliora sotto molti aspetti ma si perde la “presenza del cuore”. È capitato a tutti di leggere testi scritti in maniera impeccabile ma che non riescono a trasmettere emozioni…
L’ultima fase è quella in cui, appresa la tecnica e messa in qualche angolo dei propri archivi mentali, si ritrova anche la spontaneità iniziale.
Ma questa volta si scrive in maniera spontanea e consapevole.

Ciò che vale per il tiro con l’arco e il maneggio della spada vale, sotto questo aspetto, per ogni altra arte. Così, per accennare a un altro esempio, la maestria nella pittura all’inchiostro di China si manifesta appunto in questo: che la mano, padrona assoluta della tecnica, nell’attimo stesso in cui lo spirito comincia a dare forma, esegue e rende visibile ciò che esso intravede, senza che tra l’uno e l’altro ci sia lo spessore di un capello. La pittura si fa scrittura automatica. E anche qui la regola da dare al pittore può suonare così: osserva per dieci anni il bambù, fatti bambù tu stesso, poi dimentica tutto e – dipingi.
Il maestro di spada è di nuovo spontaneo come il principiante. Quella tranquillità dell’animo che ha perduto al principio dell’insegnamento, l’ha riacquistata alla fine come tratto permanente del carattere.

L’esercizio e l’esperienza ci rendono persone, e scrittori, migliori.
Quindi non abbiate paura di imparare, di sporcarvi le mani, di perdere la vostra spontaneità. La spontaneità che conta non è mai un punto di partenza ma un punto di arrivo.

[Foto: Sean Stratton su Unsplash]

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