Qualche anno fa c’era una pubblicità (che definirei ingannevole visto il fine dell’editore in questione) che diceva: “Se l’hai scritto, va pubblicato.”
Al che la mia risposta era: “Ma chi l’ha stabilito? Il dottore? La corte costituzionale? L’Onu?”

Non è obbligatorio scrivere, così come non è obbligatorio svolgere nessuna attività artistica, e tantomeno è obbligatorio che ciò che viene fatto per diletto sia reso pubblico.

Recentemente ho letto Photography di Tom Ang, un libro sulla storia della fotografia, e come sempre ho tratto degli insegnamenti molto interessanti anche riguardo a ciò che mi compete, cioè la scrittura.
Ad esempio, arrivando a parlare dei giorni nostri, l’autore scrive:

Anche se la professione di fotografo ha avuto un duro colpo durante il passaggio al nuovo millennio, quando la nuova tecnologia digitale ha permesso a tutti di avere un’attrezzatura di alta qualità, essa non è stata capace di fornire agli utenti l’occhio clinico e il tocco artistico. Nonostante quel che promette la pubblicità, la tecnologia non migliora la capacità di fare foto, ma agevola solo l’abilità preesistente.

Questo vale in tutti i campi artistici: nessuno diventa Jimi Hendrix se compra la migliore chitarra in commercio, nessuno diventa Michelangelo se può scolpire un blocco di marmo di Carrara, nessuno diventa un grafico di grido solo usando Mac e programmi di ultima generazione.

Con la scrittura l’equivoco è ancora più evidente perché per scrivere non servono materiali costosi o tecnologie all’avanguardia: puoi farlo sul computer superaccessoriato ma anche su un tovagliolo di carta rubato al ristorante, e senza che il risultato cambi.

Per cui, dal momento che tutti hanno accesso alla scrittura, tutti si sentono in grado di scrivere una storia. Non è così. Nei tanti manoscritti che mi capita di leggere, trovo spesso due macroproblemi.
Il più grave è quello di non saper costruire una frase corretta. Se non si conoscono le basi dell’italiano, anche la migliore idea del mondo finirà per crollare.
Il più diffuso è quello di non saper costruire una struttura narrativa. Non basta saper scrivere in italiano per scrivere una storia, servono anche conoscenze specifiche, che possono essere apprese attraverso la lettura, i manuali e i corsi.

Certo, tutti hanno il diritto di provarci. Ma senza dimenticare che serve la tecnica, un sacco di lavoro e anche quelli che Tom Ang definisce “occhio clinico” e “tocco artistico”.

[Foto: Erik Mclean su Unsplash]

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