Ogni volta che qualcuno mette le mani su un mio racconto o su un mio romanzo mi sembra che il racconto o il romanzo in questione ne esca migliorato.

Non sono uno di quelli che si arroccano nelle loro convinzioni. O quantomeno: non nella scrittura.

Sono geloso di tutto ma non di quello che scrivo.

Essendo uno che spesso interviene anche sui testi degli altri, sia come editore sia come insegnante, ho notato che pochi hanno la stessa disponibilità ad accettare consigli e modifiche o almeno a cercare una mediazione.

Nel tempo mi sono accorto che questo ha a che fare con la sicurezza con cui si padroneggia la scrittura. (Ma vale lo stesso per qualsiasi cosa: a me chiunque potrebbe mandare in crisi se mi facesse degli appunti ad esempio su una scelta grafica o cromatica o sul mio modo di vestirmi).

Certo, a volte un commento o una richiesta di modifica possono essere “sbagliati”, contestabili, soggettivi. Ma chi rifiuta a priori di toccare quello che ha scritto, come se fosse perfetto così com’è, non fa un favore al proprio testo. Prima di tutto perché nessun testo potrà mai essere perfetto. E poi perché un giudizio esterno è una manna per chi è costretto a lavorare in solitaria.

Quelli che hanno paura che un intervento esterno possa rovinare il loro capolavoro dimostrano soltanto scarsa professionalità. Non conoscendo a fondo la materia e non essendo sicuri dell’efficacia delle modifiche, preferiscono non toccare nulla. Si fidano soltanto della propria ispirazione, del proprio genio creativo, e così non migliorano mai.

Oggi mi sento un po’ guru tipo Steve Jobs e quindi chiudo così: siate aperti, siate disponibili, siate ricettivi!

[Foto: Mimi Thian on Unsplash]

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