La seconda partita che ho deciso di rivedere è una partita che in verità non avevo mai visto.
Sì, ho visto milioni di volte il rigore su Boniek che non c’era, l’esultanza fuori luogo di Platini e soprattutto le immagini della tragedia di quella sera.
Ma la partita no, quella non l’avevo mai vista per intero.

Mi riferisco ovviamente a Juventus-Liverpool del 29 maggio 1985, finale di Coppa dei Campioni giocata al famigerato stadio Heysel di Bruxelles.

Come la finale di Coppa delle Coppe dell’anno precedente, anche questa volta era arrivata la sfida che non avrei voluto perdermi per nulla al mondo: avevo appena compiuto otto anni e Le Roi Michel rimaneva il mio idolo incontrastato, anche se ai campi di allenamento di via Filadelfia mi era passato sui piedi ignorando me e la mia timida richiesta di un autografo.

E questa volta era pure più importante: in ballo c’era il titolo di campioni d’Europa, quella coppa che aveva già dato un paio di delusioni ai tifosi juventini più grandi di me e tante altre – ma questo non potevo saperlo – ne avrebbe date in futuro.

Alla sera mi ero seduto davanti al televisore, doppiamente trepidante perché per una volta esentato dal dover andare a letto presto: la partita l’avrei vista per intero, anche se fosse finita ai supplementari o ai rigori.

Ma le immagini che venivano trasmesse non erano quelle che mi aspettavo. Non sembrava la festa che avrebbe dovuto essere. Sembrava una guerra. Risse sugli spalti, poliziotti a cavallo che cercavano di contenere il pubblico che stava invadendo il campo, fumogeni e manganellate.

Le notizie erano confuse ma si capiva che era successo – e stava succedendo lì in diretta – qualcosa di molto brutto, che non aveva nulla da spartire con il calcio e il divertimento.

I minuti passavano, la partita non poteva iniziare e probabilmente non si sarebbe giocata. Sembrava a tutti – compreso a me bambino – un’assurdità giocare in quelle condizioni.

Così, a un certo punto, mia mamma e mio papà mi avevano detto che era inutile aspettare e che era meglio se andavo a dormire, visto che il giorno dopo dovevo andare a scuola.

E così avevo fatto.
Solo la mattina, al risveglio, avevo scoperto che alla fine la partita si era giocata per motivi di ordine pubblico (i giocatori erano stati obbligati, anche se non volevano scendere in campo). Era iniziata con un’ora e mezza di ritardo e aveva vinto la Juve con gol di Platini.

Era come essere stato ibernato per una notte e aver scoperto poi che la partita che pensavo non si fosse giocata, invece, c’era stata ed era pure stata vinta.

Avrei dovuto esserne contento e invece no. Non solo perché la partita me l’ero persa, ma perché continuavo a non capire come fossero riusciti a trasformare il mio gioco preferito in un fatto di cronaca nera.

39 morti, all’Heysel. E oltre 600 feriti.

Da quel momento il mio amore per il calcio ha avuto una grave crisi e ci è voluto parecchio tempo prima che riprendessi ad appassionarmici come prima. Per molto tempo non mi sono neanche più avvicinato a uno stadio. Il calcio era diventato qualcosa di pericoloso, da cui tenersi lontani.

C’è stato un prima e un dopo, nella mia infanzia e nel mio rapporto col calcio. E quella linea di confine era stata tracciata quella sera maledetta.

Oggi, a quasi trentaquattro anni di distanza, ho finalmente visto la partita che per una notte ho pensato non avessero giocato.
Cose sparse che mi hanno colpito: Pizzul che continua a ripetere che la sua telecronaca è volutamente asettica; il ritmo della partita che è quello di una partita vera, come se i giocatori non fossero troppo condizionati da quello che stava accadendo attorno a loro; i dubbi più volte espressi sull’effettiva validità del risultato sportivo; la sensazione che l’arbitro, non so quanto consapevolmente, l’abbia indirizzata a favore della Juve (in questo caso, e per una volta, va ammesso). Dell’esultanza fuori luogo ho già detto e sono state spese infinite parole, ma credo che bisognerebbe aver vissuto quella partita in prima persona per poter comprendere.

Anche guardando la partita oggi mi stupisco che il calcio non sia morto quella sera.