“Non voglio una nipote che mi cambia
le mutande di plastica sporche
mentre io succhio un cracker
e mi aggrappo all’esistenza”
Kurt Cobain

L’ho conosciuto che era un bambino. Ero lì quando a due anni cantava a casa della zia e lei registrava la sua voce. Ero lì quando compì sette anni e gli venne regalata la sua prima chitarra elettrica. Ero lì quando pochi mesi dopo i suoi genitori divorziarono e anche quando scrisse sul muro del bagno “Odio mia madre, odio mio padre, mio padre odia mia madre, mia madre odia mio padre, è semplice: vogliono che io sia triste”.

Un giorno stava per mettersi a piangere in classe e allora facemmo un patto, una specie di alleanza contro il resto del mondo. Ci saremmo spalleggiati e difesi a vicenda e nessuno avrebbe potuto farci del male perché noi due, insieme, eravamo più forti di tutto e di tutti.

Ma era soprattutto lui ad avere bisogno di me e da quel momento diventai il suo scudo: ogni volta che combinava un guaio, diceva: “Non sono stato io! È stato Boddah!” Non lo faceva con cattiveria. Sapeva che a me non avrebbero mai sgridato.

Posso dire con sicurezza che nessuno l’ha conosciuto meglio di me. Ero sempre con lui: quando si è innamorato per la prima volta, quando veniva preso in giro dai bulli per la sua amicizia con Myer, quando ha avuto la prima esperienza con la marijuana, quando è stato cacciato di casa dalla madre. Se chiudo gli occhi, riesco ancora a vedere la sua espressione mentre si aggirava per le strade di Aberdeen, la rabbia, la paura. E nonostante lui non si fosse accorto di me, ero lì anche mentre incideva il primo demo coi Fecal Matter.

L’ultima volta che ci siamo visti stava scrivendo GOD IS GAY sotto un ponte, cosa che gli sconsigliai e ci fece litigare e infine gli costò l’arresto per vandalismo. Forse  da quel momento ha pensato di non avere più bisogno di me, o forse ha creduto che l’avessi tradito perché non avevano arrestato me al posto suo.

Poco dopo è arrivato il successo e il mondo intorno a lui si è illuminato di riflettori e non sembrava esserci più spazio per il suo vecchio amico Boddah. Ma io, comunque, ero sempre accanto a lui.

Adesso ha ventisette anni. È ricco, famoso, adorato. Ha una moglie e una figlia di un anno e mezzo. Nel frattempo i suoi Nirvana hanno venduto milioni di dischi. Dopo l’esordio underground di Bleach, hanno conquistato il mondo con Nevermind, l’album che ha cambiato tutto. E poi una raccolta di lati B, e l’ultimo album in studio, In Utero. E quell’esibizione entrata nella storia, l’Unplugged in New York registrato per Mtv. Ha il mondo in pugno, ma la rabbia e l’odio gli si sono rivoltati contro: la canzone I Hate Myself And I Want To Die dice tutto.

Mi odio e voglio morire.

Certo, qualcuno dirà che è un pezzo ironico. Certo, qualcuno vorrà saperne più di me. Ma dovreste credermi – per i motivi che vi ho detto e per quelli che vorrei tenere per me.

Voi non c’eravate all’Hotel Excelsior di Roma, quando ha avuto un’overdose ed è stato salvato per miracolo. Voi non c’eravate quando è stato ricoverato all’Exodus Medical Center di Los Angeles. Non potete immaginare la solitudine, la paura, la voglia di scappare. Dai Nirvana, ma non solo. Da tutto.

Ecco perché adesso sta scavalcando quel muretto alto due metri. Sa già che questa volta è l’ultima. L’ultima fuga.

L’ultima apparizione televisiva è stata su RaiTre, a Tunnel. I Nirvana hanno suonato Serve The Servants e poi sono stati presi in giro da Guzzanti – “vi siete fatti un’altra volta di Coccolino ammorbidente”. Krist è stato al gioco, Kurt si è allontanato ed è uscito dall’inquadratura senza sapere che quello sarebbe stato il suo ultimo fotogramma in tivù. O forse lo sapeva, forse sapeva già tutto. Aveva una camicia a quadri, una di quelle che hanno dettato uno stile, e sopra una giacca bianca. I capelli biondi che cadevano sulle spalle, lo sguardo impaurito – dirà poi la Dandini che conduceva la trasmissione – “come di un cucciolo braccato dal mondo”.

È arrivato a Seattle con l’aereo. Da giorni gira qua e là senza meta. Nessuno lo ferma perché nessuno ha capito dove stia andando.

Se aveste letto i suoi diari per tempo, avreste trovato questa frase: “Voglio essere il primo a scoprire e rifiutare la popolarità prima del suo arrivo”.

Troppo tardi.

La popolarità l’ha preceduto.

Ora è nella serra della sua casa. Accarezza dei fiori e nota che pure loro sono meno fragili di lui. Una rosa gli macchia le dita di rosso.

Troppo sensibile per la vita, troppo sensibile per un paese di – parole sue –  “ammazzacervi sterminafinocchi boscaioli”. Troppo per il rock’n’roll.

Ha ricordi che si affastellano confusi e vanno in loop come quando la febbre va verso i quaranta gradi. Ricorda la sua piccola Frances Bean che ha giurato di non abbandonare mai. Ricorda il piacere di una nuotata. Ricorda la prima volta che ha deciso di suonare da mancino, per non essere banale, lui che ha sempre usato indifferentemente la destra e la sinistra. Ricorda momenti stupidi, tipo quando si riempe la bocca di semi e li sputa a caso mentre passeggia. O quando stuzzica i cagnolini che abbaiano nelle macchine in sosta. Ricorda il dolore allo stomaco che non passa mai. Ricorda le ore passate a cercare facce umane nelle nuvole e nella grana del legno, e quella volta che ha visto il viso di Gesù dentro una tortilla. È l’unico pensiero che lo faccia sorridere almeno per un attimo.

Poi torna serio e va a prendere il fucile.

Ho aspettato abbastanza. Lo tocco sulla spalla. Gli dico: “Sono io, Boddah, il tuo amico.”

Lui non alza nemmeno la testa.

Gli dico ancora: “Ricordati il nostro patto. Io e te, sempre dalla stessa parte.”

Gli parlo ma non mi sente. Dicono che a un certo punto dell’esistenza gli uomini non si accorgano più di noi, è come se non riuscissero più a vederci né a sentirci. Ci ricordano con una punta di sufficienza, e spesso ci dimenticano del tutto. Ci chiamano “amici immaginari”, come se fossimo personaggi di fantasia.

Ma Kurt era sempre stato diverso dagli altri, più sensibile, più attento. Ero sicuro che lui non avrebbe mai scordato quel che eravamo.

Continua a rigirare il fucile tra le mani.

“Non farlo!” lo imploro, ma è inutile: non può più sentirmi. Anche lui ha perso la sua innocenza.

Prende un foglio di carta e una penna, alza un attimo gli occhi al cielo. Per un attimo ho l’illusione che mi veda, ma poi torna al suo foglio. Mi scappa una lacrima mentre inizia a scrivere:

“A Boddah”…

So che sarà la sua ultima lettera. La nostra ultima lettera.

E se domani non vorrete credere che sia stato lui a sparare quel maledetto proiettile, potrete sempre dire che la colpa è stata tutta di Boddah.

Kurt Cobain

[Racconto inserito nell’antologia Sappy. Racconti (non) autorizzati su Kurt Cobain, Edizioni La Gru, Padova 2013, riproposto qui in occasione del venticinquesimo anniversario della morte del cantante dei Nirvana.]