Uno dei tanti miti da sfatare sui corsi di scrittura riguarda il metodo didattico. Spesso sento dire che le scuole di scrittura non solo non sarebbero utili ma addirittura dannose perché uccidono la creatività e trasformano gli allievi in cloni tutti uguali.

Non è così, ovviamente.

Riconoscere che anche la scrittura ha delle regole – che peraltro si possono infrangere, una volta conosciute – significa padroneggiare meglio gli strumenti narrativi e poterli controllare a proprio piacimento (ve l’ho già detto che la scrittura non è un’attività esoterica?). Ma questo non vuole dire imporre uno stile o un unico modo per scrivere una storia, anzi.

A me, di trasformare qualcuno in un mio clone, non interessa affatto. Mi fa persino un po’ orrore.

Quello che mi interessa, quando mi trovo davanti una classe di aspiranti scrittori, è di tirare fuori il loro potenziale, di rendere più chiaro il loro punto di vista, di trasformarli in una loro versione 2.0 potenziata, più consapevole ed efficace.

Non mi sentirete mai dire “questa storia non mi piace perché io non l’avrei mai scritta” oppure “questo modo di scrivere non va perché è lontano dal mio”. Anche come editore, sono ben contento di conoscere voci e prospettive diverse dalle mie, perché alla base di tutto quello che faccio nel mondo della scrittura ci sono la curiosità e la voglia di essere sorpreso tipiche di un lettore. Sì, prima di tutto si deve rimanere lettori, e possibilmente lettori attenti.

L’altra sera abbiamo visto una puntata di Ma come ti vesti?! e mi ha colpito – negativamente – il fatto che i conduttori cercassero di trasformare una ragazza in quello che non era (e non sarà mai, al di là del finale vissero-tutti-felici-e-contenti). La ragazza in questione aveva obiettivamente dei gusti orrendi in fatto di vestiti, ma il suo modo di presentarsi ci dava delle indicazioni sulla sua personalità: una ragazza alternativa a cui piacciono le cose colorate e comode, maglie peruviane e pantaloni alla turca. Enzo Miccio e Carla Gozzi hanno cercato di farla diventare una madamina con vestiti che piacevano a loro e che non c’entravano niente con lei. Ecco, ho pensato che avrebbero dovuto intervenire sul suo gusto, dandole delle dritte, e non fare tabula rasa per farla diventare un loro clone.

Perché, diciamolo, passata l’adolescenza (in cui spesso abbiamo un modello o dei modelli a cui ci ispiriamo), a nessuno fa piacere essere il clone di qualcun altro.

[Foto: rawpixel on Unsplash]

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