Sembra che il mondo – e in particolare il mondo degli scrittori – si divida tra gente piena di autostima e gente piena di insicurezze. Il primo gruppo sempre convinto di avere la verità in tasca, il secondo vittima della cosiddetta sindrome dell’impostore (chiedo scusa a mia moglie perché questo è un tema a lei caro).
Sarà che odio le etichette e fin dai tempi dell’adolescenza mi sono sempre chiamato fuori da gruppi e gruppetti, ma personalmente non mi riconosco in nessuna di queste due categorie. E credo che nessuno che abbia qualche velleità letteraria dovrebbe essere felice di farne parte.

Punto uno.
La scrittura è un’attività solitaria, ma chi scrive, scrive per gli altri. Vuole comunicare con gli altri. Raccontare qualcosa agli altri. Presuppone quindi che dall’altra parte ci sia qualcuno interessato ad ascoltare le sue parole. Diciamolo: chi scrive ha una forte dose di presunzione, oltre che di esibizionismo.
Quindi scrivere ti innalza al cielo?
No. In passato essere scrittori voleva dire essere qualcosa di simile a degli oracoli. Chi scriveva, voleva insegnare, spiegare, addirittura educare. Oggi invece, chi scrive fa due passi indietro rispetto a quello che racconta, offre un servizio per chi vuole usufruirne (i lettori). Oggi chi scrive non è una divinità, ma un servitore. Un giocoliere, se vogliamo. Un giocoliere di parole.

Punto due.
Fare troppo affidamento sulle proprie capacità, vere o presunte, può portare a fossilizzarsi sulle proprie certezze o a scrivere per le motivazione sbagliate.
Allo stesso tempo, non avere alcuna fiducia in se stessi può allontanare dall’obiettivo e portare a costruirsi alibi per smettere di provarci.

Se volete sapere come mi sento io, ecco, sono a metà tra questi due gruppi. Detta così, sembra una situazione perfetta, se non fosse che oscillo continuamente da una parte all’altra. È difficile giudicare con obiettività gli altri, figuriamoci se stessi. Per cui si finisce per regredire ai tempi dell’adolescenza, e un giorno sentirsi suuuuu e il giorno dopo giùùùùù, e poi di nuovo suuuuu e poi di nuovo giùùùù. Quando scrivo, a volte mi sento un genio, altre volte mi sento un povero incapace. Capita anche voi?

Ecco, credo che l’immagine che rappresenta meglio chi scrive sia quella di un equilibrista che cammina sul filo delle proprie sicurezze. È un filo sottile, che amplifica i sensi per non farti cadere nel vuoto.
Il consiglio migliore lo dà Annamaria Testa in Minuti scritti: “Quando vi tocca far qualcosa, se immaginate di riuscire a farla bene è più probabile che questo capiti davvero proprio perché, fiduciosi in un buon risultato, vi darete da fare sul serio.”

Punto tre (e conclusione).
Se il filo è troppo spesso (troppa autostima, troppe sicurezze), ti distrai e cadi.
Se il filo è troppo sottile (troppa poca autostima, troppe insicurezze), non ti regge e cadi.
(È così difficile non cadere!)


[foto: Pixabay.]

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