Nei miei corsi di scrittura ho notato una cosa, che in realtà immaginavo già da prima, ma che mi si è chiarita meglio: quelli che scrivono (o che vogliono farlo) si dividono in due categorie fondamentali.
Nella prima, ci sono quelli che nei loro scritti non vogliono mettere niente di personale, che vogliono rimanere in superficie, indossare maschere, alzare barriere emotive, o come mi ha detto un mio allievo “non vogliono sputtanarsi”.
Nella seconda, ci sono quelli che invece accettano di aprirsi, di sporcarsi le mani, di mettere in gioco se stessi e le proprie emozioni.

Ecco: se non fai parte della seconda categoria, sarà molto più complicato scrivere qualcosa di buono.

Intendiamoci, non è che per scrivere si debba necessariamente raccontare i fatti propri. Ma nessuna storia, nemmeno quella apparentemente più lontana da noi e dal nostro mondo, trova terreno fertile se non siamo disposti a innaffiarla con le nostre lacrime, con il nostro sangue, con le nostre viscere. Poi possiamo mistificare tutto quanto, se siamo abbastanza bravi possiamo raccontare una sincerissima storia di pura finzione, possiamo miscelare a nostro piacimento gli ingredienti della verità e della fantasia. Ma questo solo se siamo disposti innanzitutto ad aprirci totalmente, a levare il freno a mano e lasciarci andare. Anche là – soprattutto là – dove fa più male.

Non c’è altro modo di scrivere se non di mettersi in gioco totalmente. Anche con un tocco di esibizionismo, a volte.

Se ci vogliamo nascondere, allora è meglio fare qualcos’altro che non ci costringa a svelarci: ci sono mille attività che non lo richiedono, ma la scrittura non è una tra queste. La scrittura è esigente, e restituisce quello che noi le diamo. Se le diamo le nostre briciole, riceveremo solo briciole. Ma se siamo disposti a levarci la maschera, come minimo ci farà capire chi siamo. Come minimo.

[Photo by Rhett Wesley on Unsplash]