Di tanto in tanto ritorna l’antica discussione su chi possa essere definito “scrittore” e chi no. Immancabilmente salta fuori chi, in maniera più o meno provocatoria, afferma: “Uno scrittore è uno che vive grazie a quello che guadagna con i suoi libri.” Attenzione: non “grazie alla scrittura” (che sarebbe già qualcosa) ma “grazie ai suoi libri”. Valgono solo gli anticipi e i diritti sulle copie vendute, quindi.
Senza stare a ripetere che oggi, almeno in Italia, sono pochissimi quelli che riescono a campare in questa maniera, basterebbe guardare le classifiche dei titoli più venduti per rendersi conto che ormai i primi posti sono spesso colonizzati da fenomeni mediatici e, ahimè, youtuber.
Dobbiamo quindi ritenere gli youtuber tra i pochi veri scrittori contemporanei?
Senza snobismo, ma no, io non credo proprio.
Ci sono due aspetti fondamentali che contrastano con questa visione un po’ semplicistica del “sei un vero scrittore se guadagni tanti soldi”.
Il primo è un problema di fondo del mercato editoriale, in tutti i suoi aspetti: spesso si dimentica che fare soldi con i libri è facile come trovare il petrolio nel cortile di casa (magari c’è, ma pochi pazzi provano a trivellare il terreno). Nonostante le tante guerre tra poveri a cui purtroppo si assiste, per il libro come prodotto con prezzo codice a barre vale l’assunto di Jonathan Franzen nel suo saggio Perché scrivere romanzi?:

Non c’è mai stato un grande spreco di amore fra la letteratura e il mercato. L’economia dei consumi predilige prodotti che si possano vendere a un prezzo elevato, che si logorino in fretta o si possano migliorare regolarmente, e che offrano a ogni miglioramento qualche lieve vantaggio in termini di utilità. Per un’economia come questa, il nuovo che rimane nuovo non è soltanto un prodotto inferiore; è un prodotto antitetico. Un classico della letteratura è poco costoso, riutilizzabile all’infinito e, peggio ancora, non migliorabile.

Il secondo è un problema di motivazioni. Uno scrittore è uno che magari non si comprerà mai una Porsche grazie ai suoi romanzi ma è uno che scriverebbe anche se finisse su un’isola deserta. Me lo immagino mentre imbottiglia le sue storie (posto che abbia con sé delle bottiglie) e le consegna alle onde, sperando che un giorno qualcuno le possa leggere. Non gli importa che quel lettore non lo conoscerà mai né che non gli manderà, come ricompensa, un elicottero a salvarlo. Quel lettore forse non esiste nemmeno, ma lui continua a scrivere e imbottigliare.
Recentemente ho visto un film molto bello su uno dei miei miti di sempre: J.D. Salinger. Il film si intitola Rebel in the Rye, non è ancora arrivato in Italia e il fatto che ci sia Kevin Spacey mi fa sospettare che non ci arriverà mai. Proprio Kevin Spacey, che interpreta la figura di Whit Burnett, fa al giovane Salinger una domanda che in questo senso è illuminante:

“Sei disposto a dedicare la tua vita a raccontare storie, sapendo che potresti non ricevere nulla in cambio?”

Questa è una domanda che ci dobbiamo fare tutti quanti, nel momento in cui decidiamo di metterci a scrivere.
Certo, i soldi, la gloria, il successo… tutti effetti collaterali molto appetibili, e chi dice di no!
Però alla base ci deve essere la consapevolezza che scrivere, scrivere davvero, è in una zona al di là di tutto questo.
Se conoscete la biografia di Salinger, sapete qual è stata la sua risposta. La sua risposta è arrivata nel momento in cui ha deciso di ritirarsi dalla scena pubblica, e di dedicarsi totalmente alla scrittura senza pubblicare più nulla. Lui è stato un po’ oltranzista, e di sicuro ha potuto godere per tutta la vita dei diritti del Giovane Holden, ma il suo esempio è lì a dimostrare che si può essere scrittori anche facendo scelte diverse.