Una delle mie grandi ossessioni è Francis Scott Fitzgerald. Ogni volta che trovo qualcosa di suo, o su di lui, devo leggerlo. Ogni volta che scrivo, penso a come l’avrebbe scritto lui. Il titolo di uno dei miei romanzi è un chiaro omaggio.
A casa nostra, sopra il divano, abbiamo appeso le stampe delle copertine originali del Grande Gatsby e, per par condicio, di Lasciami l’ultimo valzer di Zelda.
Così, quando ho visto in libreria Sarà un capolavoro, non ho potuto esimermi dal portarlo a casa.
E ho fatto benissimo, perché è un libro molto bello, in cui sono raccolte le lettere di Fitzgerald all’agente, all’editor e ad altri scrittori. È stato come sfondare un muro e vedere chi fosse davvero il vecchio Scott (old sport, avrebbe detto Gatsby).
Come sempre, non sono qui per scrivervi una recensione, ma per un po’ di impressioni sparse:

  • Fitzgerald era una persona molto diversa dall’immagine che gli è stata costruita intorno (anche se lui, all’inizio, ci ha giocato un po’). Non era un perdigiorno dedito (soltanto) a feste e capricci da star.
  • Era un amico impegnativo, soprattutto dal punto di vista economico: viveva praticamente sui prestiti di chi gli stava intorno. Ma era un amico molto leale, una persona che non tradiva la parola data, anche quando gli avrebbe fatto comodo.
  • Era un autore molto impegnativo. Non dev’essere stato facile essere il suo agente (Harold Ober) né tantomeno il suo editor (Max Perkins). Mi sono calato nei panni soprattutto di quest’ultimo e ho pensato che Fitzgerald era esattamente l’autore rompipalle, insicuro, pignolo e con mille ripensamenti che ogni editore teme di trovare. Però la sua maniacalità la capisco e per molti aspetti la apprezzo (pure io ho le mie belle manie di controllo). Anche qui: l’immagine che abbiamo di lui è di uno che “tira via” i suoi scritti per portare a casa i suoi bei soldini, per poi passare ad altro. E, invece, era capace di rivedere e riscrivere un testo fino alla nausea.
  • Prima ancora che scrittore, era un lettore attentissimo, e anche molto generoso di consigli nei confronti dei colleghi.
  • Era un marito disilluso. Ma questo vien fuori anche dalle sue storie. Una cosa che mi affascina un sacco della sua vita è che sembra un film al contrario. O meglio, è un perfetto film hollywoodiano fino alla pubblicazione di Di qua dal paradiso e al matrimonio di Zelda (il tutto avviene nel giro di otto giorni). Lì ci starebbe bene il “vissero per sempre felici e contenti”. E invece la vita, al contrario delle favole, va avanti. La sua, lì dietro l’angolo, è già pronta a fargli perdere fama, successo, ricchezza e amore. Forse derivano anche da questo suo strano percorso i suoi fallimenti a Hollywood.
  • Non solo era uno scrittore superiore a Hemingway (opinione mia, di cui mi assumo la responsabilità), ma era anche moralmente superiore a lui. Hemingway che è diventato Hemingway anche grazie alla sua intercessione presso il suo agente e il suo editore. Ma che lo dipingerà come un povero scemo incapace in Festa mobile (quando Scott non potrà più difendersi perché già passato a miglior vita). Il rancore, leggendo questo libro, si capisce che parte da lontano. Forse da quando Fitzgerald gli aveva scritto per spiegargli in maniera dettagliata, molto sincera e anche molto condivisibile che cosa non funzionava nei suoi testi. Hemingway, in tutta risposta, aveva scritto sulla lettera un piccatissimo “Baciami il culo”.