Un paio di settimane fa Rai3 ha trasmesso in prima serata Alessandro Baricco che leggeva e commentava Furore di Steinbeck. Immancabili, il giorno dopo, sono piovute le critiche sui social. Ma attenzione: non da chi i libri non li legge e leggerebbe mai, da chi coi libri ci lavora o ci lavorerebbe volentieri.
Anche se evito accuratamente di lanciarmi in polemiche e di seguire l’onda dell’argomento del giorno, su cui tutti devono dire la propria opinione (anche se si tratta di fisica quantistica o di dialetti siberiani), su Facebook ho commentato così:

Il problema è che questo atteggiamento si ripropone, identico, ogni volta che i libri provano a superare la torre d’avorio in cui sono stati imprigionati dagli intellettuali e vengono portati in contesti più popolari. Tipo la tv. Parlare di libri, di lettura e di scrittura in tv? Non sia mai! Non fa bene né alla tv che deve rimanere quell’aggeggio da demonizzare (“a casa non ce l’abbiamo neanche!” urlano i fondamentalisti) né alla Letteratura che deve conservare la maiuscola e la polvere di secoli.
Molto meglio se in televisione vengono trasmessi programmi inutili, così ci si può lamentare un po’ o addirittura parlare di complotti politici finalizzati al rimbambimento del popolo bue. Ma quando si prova ad alzare un po’ l’asticella, sono guai. E non è per Baricco, che uno è libero di trovare insopportabile, e non è per Steinbeck, che uno è libero di aver già letto in lingua originale. Sarebbe successo anche se ci fosse stato Steinbeck redivivo a leggere Novecento. O chiunque altro che avesse avuto l’ardire di uscire dai recinti letterari per provare a proporre qualcosa di vagamente culturale alla massa. Massa che è fatta di persone singole, e se è vero che gran parte di essa avrà preferito il Grande Fratello Vip, voglio sperare che una minima parte possa aver scoperto che esiste Furore e si sia incuriosita. Perché, alla fine, tutto parte dalla curiosità. Ci si lamenta spesso che non ci sono politiche adeguate per incentivare la lettura, ma dal basso della mia esperienza posso assicurare che non è imponendo i libri che si incentiva la lettura. Lo si può fare solo creando curiosità. È quella la molla di tutto, che fa scattare dentro di sé la voglia di scoprire quel che non conosciamo.
Per questo voglio dire agli intellettuali che non serve a nulla questo atteggiamento snob. Mi ricordo le polemiche ai tempi di Masterpiece, polemiche che non sono state fatte per nessun altro talent, e che anche in quel caso erano partite innanzitutto da quelli che dicono di amare i libri (per carità, il programma era tutt’altro che perfetto, ma le polemiche erano accompagnate spesso da commenti del tipo “non la guarderei mai una porcheria del genere!”).
Io voglio credere che sia soltanto snobismo, o desiderio di sentirsi una minoranza di eletti, ma a volte temo che si tratti proprio della mancanza di curiosità di cui sopra. La stessa che fa sì che non si vada alle presentazioni dei libri, che si scriva per cercare il plauso degli altri ma si legga pochissimo o niente.
L’atteggiamento che rischia di rendere il mondo dei libri un ghetto di onanisti della penna.