Dal momento che il racconto Big Bang ha avuto un sacco di contatti, ho deciso di farvene leggere un altro, questa volta inedito. Tocca anche un tema di attualità (è di pochi giorni fa la retata al parco del Valentino) e spero vi piaccia!

Fino al giorno prima si era sempre sentito giovane. Anche se gli anni passavano, lui rimaneva un giovane tra i giovani. I vecchi erano gli altri, generazioni lontane che non avevano nulla da spartire con lui.
Ma quel giorno compiva quarant’anni, e quaranta era una cifra che lo metteva di fronte a domande che non si era mai fatto – era davvero così giovane? Per quanto tempo ancora si sarebbe potuto considerare tale? Una volta per lui quarant’anni erano sinonimo di vecchiaia avanzata e di sicuro lo stesso valeva per i ragazzini di oggi. Lo vedevano come uno a cui cedere il posto sul tram? Uno da aiutare ad attraversare la strada?
Ma la causa scatenante non era stato quello scatto sulla carta d’identità – alla fine era solo una convenzione, pensava, e non si invecchia da un giorno all’altro. Così come i secoli non iniziano allo scoccare della mezzanotte – quello attuale, per dire, non era iniziato col fantomatico Millennium bug ma probabilmente l’11 settembre del 2001 –, lo stesso vale per i decenni di una persona: sarebbe diventato un quarantenne magari tra due o tre anni, o forse mai.
La causa scatenante era stata la domenica pomeriggio passata al parco del Valentino. Sfruttando la giornata di sole, aveva deciso di mischiarsi tra la moltitudine di ragazzi – bianchi, neri, gialli, di tutte le colorazioni immaginabili – e sedersi sul prato confinante con corso Vittorio. Si era portato dietro un libro di Houellebecq illudendosi di poterlo leggere.
Dopo pochi secondi era arrivato il primo venditore ambulante: “Birra? Acqua?”
“No, grazie.”
Attorno a lui miliardi di giovani che sembravano non assomigliargli per niente. Ma lui pensava: neanche a vent’anni i miei coetanei mi somigliavano!
Molti adesso seguivano la moda hipster, e c’erano barbe ovunque. Ma la cosa che lo colpiva di più era questa strana idiosincrasia per le calze. Perché questi giovani ce l’avevano così tanto con le calze al punto da abolirle? Perché andare in giro con le caviglie nude e pelose? Era una moda che gli faceva un po’ ribrezzo.
Intanto stava passando un secondo venditore con una rete piena di palloni: “Palloni?”
“No, grazie.”
I ragazzi lì vicino invece ne avevano approfittato comprandone uno. E avevano deciso di testarlo subito. Non sembravano molto bravi né con i piedi – mocassini senza calze – né con le mani.
Aveva aperto il libro, ma il pallone sorvolava la sua testa in maniera minacciosa e lo distraeva.
Birracqua? Fresca?” stava intanto dicendo un altro venditore, spingendolo a cambiare tattica. Proviamo a ignorarli, si era detto. Testa bassa, occhi rivolti al libro nel tentativo vano di mettere a fuoco le parole.
“Palloni?”
“Accendini?”
Intanto i ragazzi vicini avevano smesso di giocare con la palla – “ho un polmone bucato” si era lamentato uno – e avevano continuato le loro compere: due bottiglie di birra e un po’ di fumo acquistato da uno dei neri appostati sui bordi del prato. Tutto alla luce del sole.
Il tempo di rollare le canne e nel prato si era sparso un fragrante aroma di eau de Amsterdam.
“Acquabirracocacola, capo?” chiedeva l’ennesimo venditore.
Altri ragazzi alle sue spalle si erano messi a giocare a pallone, lanciando e crossando da distanze considerevoli: ogni volta che la palla veniva calciata, il terreno si muoveva come per effetto di una scossa sismica.
Con sprezzo del pericolo, aveva riaperto il romanzo – teneva l’indice infilato tra le pagine a mo’ di segnalibro – e cercato di concentrarsi.
Ma appena aveva ricominciato la solita, stessa frase, altri ragazzi lì vicino avevano avviato un piccolo concerto con i loro smartphone. Una musica orrenda si era diffusa nell’aria impregnata di canne. Non ne era sicurissimo, ma doveva essere identificabile come reggaeton.
“Capo, vuoi birra fresca?”
“NO!” aveva urlato questa volta.
L’ambulante si era fermato un attimo, interdetto, poi aveva ripreso la sua marcia.
La musica ora veniva accompagnata da una specie di canto e una specie di ballo da seduti. In ogni caso rimaneva orrenda.
Il pallone lo faceva sussultare con le sue traiettorie che sembravano mirare alla sua testa.
E poi tutte quelle caviglie maschili ad altezza sguardo. Tutta quella degenerazione che non sapeva più riconoscere.
È stato lì che si è sentito vecchio, non appena ha cominciato a confrontare il passato e il presente, a ricordare il primo con nostalgia e a vedere il secondo con disgusto, a cominciare un pensiero col fatidico “ai miei tempi”.
“Birra fresca, capo?”
La scintilla è scattata all’improvviso.
Si è alzato, ha strappato una bottiglia di mano al venditore ambulante, e gliel’ha fracassata sulla sua testa riccia e scura. In un attimo, venti-trenta ragazzi – bianchi, neri, gialli, di tutte le colorazioni immaginabili – lo hanno accerchiato. Ma lui li teneva a distanza brandendo il collo aguzzo della bottiglia.
“Fatevi avanti” diceva, muovendosi come un moschettiere.
Gliel’avrebbe fatta vedere, a quei degenerati.
Se fosse stato un vecchio autentico, si sarebbe limitato a bucare qualche pallone, ma lui era un ribelle senza età e avrebbe bucato le loro carotidi, una a una.
Era Darwin a pretenderlo: nessuna evoluzione sarebbe stata possibile senza un suo intervento che rimettesse a posto le cose.
Aveva dato un’occhiata al ragazzo che aveva colpito e si era chiesto da dove fosse arrivato, se era uno di quei migranti che rischiavano la vita sui gommoni e se pensava che rompere le scatole alla gente come lui non fosse altrettanto pericoloso. In ogni caso sembrava già essersi ripreso, barcollando cercava di mettersi in piedi. Aveva la testa dura.
Intanto la musica continuava a pompare ritmi imbarazzanti e altri venditori stavano arrivando con la loro inutile mercanzia.
Tutti, tutti quanti urlavano insulti e minacce in mille lingue diverse.
Presa coscienza che difficilmente ne sarebbe uscito vivo, si era allora aperto una via di fuga, sempre con i cocci di vetro a mo’ di spada, ed era scappato lontano da quei rumori, da quegli odori, da quelle facce barbute e soprattutto da quelle caviglie dénudé.

Un’ora dopo era nel dolce silenzio della sua casa, a leggere il libro che si era portato dietro per tutto il giorno.

[foto: torinodailyphoto.blogspot.it by Fabrizio Zanelli]