La polemica letteraria dell’estate è nata da un articolo di Francesco Musolino pubblicato su Il Fatto Quotidiano, in cui si diceva che i giovani scrittori non solo non leggono i classici ma se ne vantano pure.

Ora, non voglio entrare nel merito della questione perché mi sembra sia stata creata ad hoc per indignare i lettori e soprattutto gli aspiranti scrittori non ancora baciati dal successo (“l’ho sempre detto che pubblicano solo i raccomandati, razza di capre ignoranti!”). E se proprio ci tenete a sapere che cosa ne penso, ve lo dirò in breve: i classici andrebbero letti, soprattutto se nella vita si vuole scrivere (avete mai visto un musicista che non ascolta musica?), ma allo stesso tempo a nessuno si può chiedere di aver letto tutti i classici. Mi ricorda quel giochino che fanno in molti – di solito quelli che hanno letto cinque libri in tutta la loro esistenza – quando ti fanno un elenco di titoli e nomi e ti chiedono che cosa ne pensi. Tu magari non li hai letti e fai la figura del fesso ignorante. Perché, come diceva Troisi, “voi siete in tanti a scrivere, ma io sono uno a leggere”.

Mi interessa maggiormente la seconda fase della polemica, che si può riassumere così: è inutile spendere tempo dietro i classici stranieri a meno di non leggerli in lingua originale, perché tradurre è tradire, e allora tanto meglio focalizzarsi sui capolavori della letteratura italiana.
E su questo, non sono d’accordo.

Senza scivolare nell’antica questione, spero ormai superata, che riguarda la forma e il contenuto di un’opera letteraria, non penso che tradurre un testo possa snaturarlo al punto da renderlo privo di valore. È vero che esistono traduzioni migliori e traduzioni peggiori (ad esempio, noto che molti che hanno abbandonato Proust sono incappati nella traduzione sbagliata), ma la voce di un grande autore riesce a superare ogni barriera linguistica. Ho letto testi di Fitzgerald e di King nella versione di diversi traduttori, eppure mai, in nessun momento, ho dubitato che fossero stati scritti da Fitzgerald e da King. Ed era qualcosa di diverso da qualsiasi testo che avrei potuto trovare in lingua italiana, qualcosa che quindi mi sarei perso.

Se ci fossimo chiusi nel nostro recinto, saremmo ancora fermi a I promessi sposi e al ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno. Ma per fortuna nello scorso secolo ci sono stati personaggi come Pavese, come Fenoglio e come la Pivano che hanno provato ad allargare gli orizzonti. Mi viene in mente in particolare Fenoglio, il suo linguaggio ibrido tra italiano e inglese di Il partigiano Johnny e le sue sperimentazioni in La paga del sabato, che oggi a noi sembra un romanzo normale ma che all’epoca nessuno voleva pubblicare perché fatto principalmente di dialoghi e quindi “poco letterario”.
Ecco, senza i testi americani (e senza il cinema) non avremmo questo e tanti altri capolavori.