Questo racconto è stato inserito nell’antologia Cronache di inizio millennio, curata da Laura Costantini e Loredana Falcone e pubblicata da Historica nel 2011. È la storia, più o meno romanzata di come ho conosciuto Carlotta esattamente nove anni fa. Su suggerimento della stessa Laura Costantini, che ringrazio, ve lo ripropongo qui.

«Stanotte ho sognato delle nuvole nerissime che stavano avvolgendo e spazzando via tutta la città, allora correvo a telefonarti ed ero in ansia perché non sapevo se sarei riuscita a parlarti ancora una volta, e a dirti che ti amo.»
Carlotta ha davanti a sé un caffè mentre gli dice queste cose, un caffè come un anno prima, preso allo stesso bar dell’anno prima. Lei e Andrea sono seduti nello stesso posto e tutto questo non è un caso: è da tempo che hanno deciso di festeggiare così l’anniversario del loro primo incontro. È strano pensare che solo un anno fa non sapessero ancora nulla l’uno dell’altra. O meglio: lui sapeva di lei il nome, il cognome, l’e-mail, il numero di telefono (sbagliato) e pochi altri dati; lei sapeva che lui aveva una casa editrice, e oltre a questo aveva visto una sua foto che le metteva soggezione. Ma in dodici mesi il loro rapporto si è evoluto fino a farli sentire un tutt’uno – come dice lei, “stare insieme è naturale quanto accavallare le gambe, non devi pensarci su”. È una di quelle cose che emozionano Andrea, come il sogno che ha appena ascoltato. Gli luccicano un po’ gli occhi, ma direbbe che “è colpa del sole in faccia”.
La loro confidenza fisica tradisce la finzione scenica. Stamattina dovrebbero rifare le stesse cose di un anno fa, ma nessun passante casuale ci cascherebbe mai.
«Anche l’episodio catastrofico fa parte della rievocazione?» domanda Andrea.
«Forse.»
«Sai che la mia apprensione dell’altr’anno potrebbe avermi giocato un brutto scherzo?» ironizza.
«In che senso?»
«Dicono che quando uno si trova in una situazione concitata, poi è più facile che scambi certi segnali per un colpo di fulmine. Hai presente i film? Quasi sempre lui e lei, più che incontrarsi, si scontrano. Nell’impatto a uno dei due cade qualcosa di mano, si gettano a raccoglierlo (o a tamponare la macchia sul vestito) e quando i loro occhi si incrociano – zac! – c’è il colpo di fulmine. Ma è solo uno scherzo dell’adrenalina.»
«Vuoi dire che ti sei innamorato di me per colpa di uno stupido esperimento scientifico?»
«Ma no, che c’entra! Tu mi saresti piaciuta comunque!»
«Davvero ti piaccio?» fa lei in modo civettuolo. È molto brava a fare queste espressioni che gli mandano in tilt il cervello.
«Mi piacevi anche un anno fa» risponde lui. Ed è vero, gli è piaciuta fin dal primo attimo in cui l’ha vista.
«Sarebbe un peccato se ti piacessi allo stesso modo. Se tutto questo non fosse cresciuto.»
«Beh, lo sai, adesso mi piaci di più. Sei più abbronzata.»

Il 10 settembre 2008, un anno prima, poteva finire il mondo. Alle undici iniziava un esperimento al Cern che – se fosse andato male – avrebbe distrutto ogni forma di vita. Alla base di tutto, un acceleratore di particelle chiamato Lhc e costato oltre sei miliardi di euro. E un fascio di protoni che compiva un giro completo di un anello di ventisette chilometri, posto nel sottosuolo a cento metri di profondità sul confine tra Francia e Svizzera, e che in seguito avrebbe dovuto scontrarsi con un altro fascio di protoni. Tutto questo per ricreare le condizioni iniziali dell’Universo, subito dopo il Big Bang. Sarebbe stato immortalato anche il famigerato Bosone di Higgs, detto confidenzialmente “la particella di Dio”. Un gran divertimento per i fisici, se non fosse che molti esperti non escludevano che l’esperimento avrebbe potuto innescare un’esplosione di proporzioni cosmiche, oppure generare un buco nero che ci avrebbe inghiottiti in un attimo.
Esattamente un’ora prima, Andrea e Carlotta dovevano incontrarsi davanti alla statua dell’Urlatore. Lei era un’aspirante stagista, lui non sapeva chi si sarebbe trovato di fronte e sperava che almeno non fosse una di quelle alternative che pensano di sapere tutto della vita, ti vogliono convertire alla fede vegetariana e dicono cioè ogni tre secondi. Non l’avrebbe sopportata una collaboratrice così.
Invece.
«Andrea?»
«Carlotta?»
No, non era proprio di quel tipo. Con quella maglietta con gli sbuffi – “da Biancaneve”, aveva pensato – dava l’idea di una ragazzina timida e innocua. Anche molto carina, però. Bionda. Con gli occhi celesti di un celeste mai visto. E con le lentiggini. Sembrava appena uscita da una sua fantasia ricorrente.
Si erano avviati al bar e Andrea aveva cominciato a parlare e ogni tanto controllava l’orologio perché l’esperimento al Cern stava per iniziare. Di solito non prestava attenzione agli allarmismi e alle premonizioni sulla fine del mondo, ma questa volta non si sentiva per niente tranquillo. E segretamente malediceva quegli scienziati che stavano giocando con la vita di tutti. Carlotta, invece, pensava che lui si stesse annoiando e non vedesse l’ora di sbarazzarsi di lei. Era ben lontana dall’immaginare ciò che passava per la testa di Andrea.
«Hai fretta?» gli aveva domandato.
«No, scusa, stavo solo controllando se è già iniziato l’esperimento del Cern…»
«Ah.» Il fatto che anche lui fosse un po’ agitato – lei lo era da quando gli aveva spedito il curriculum – l’aveva stranamente tranquillizzata.
E così si era messa a parlare, gli aveva raccontato le sue esperienze e le sue aspirazioni. Per la tensione si era morsicata il labbro, aveva cominciato a sanguinare e non sapeva come tamponare il taglio. Andrea, in quel momento, si era intenerito definitivamente e aveva concluso – tra sé e sé, ovvio – che non era possibile rimanere insensibili di fronte a una ragazza così. Sarebbe stato un vero peccato se il mondo fosse finito proprio allora.
«C’è ancora qualcosa che vuoi sapere?» gli aveva domandato Carlotta.
«Vediamo…» aveva finto di pensarci su. «Parlami dei filosofi presocratici.»
Lei aveva strabuzzato gli occhi e lui si era messo a ridere.
Poi a mezzogiorno il mondo era ancora tutto intero e Andrea aveva tirato un sospiro di sollievo. In cuor suo sperava fortemente che quella mattina avesse segnato un inizio, non una fine. Il Big Bang di una nuova vita. Mentre attraversava il ponte della Gran Madre, il cielo era così celeste e luminoso che non poteva essere il solito cielo torinese. Allora Andrea aveva allargato le braccia e pensato che la sua città era improvvisamente più bella e che lui tutte le particelle di Dio le riusciva a percepire benissimo, senza bisogno di una macchina costosa.

Poco prima, Carlotta e Andrea hanno rifatto la stessa scena. Sono arrivati alle dieci davanti alla statua dell’Urlatore, lei ha detto «Andrea?», lui ha risposto «Carlotta?», ma questa volta si sono baciati. «Un falso storico» hanno commentato. Poi hanno fermato un signore che passava di lì e si sono fatti scattare una fotografia. «Non è un gran posto, per una foto» ha detto il signore. «Diciamo che ha un grande valore affettivo» ha ribattuto Carlotta, senza aggiungere altro.
Sono andati al solito bar ed erano emozionati forse più della prima volta.
«Ho scritto un microracconto sul Big Bang» ha detto Andrea.
«Parla di noi due?»
«Parla di tutti.»
«Sentiamo.»
«Dio, solo da sempre, impugnò l’arma e si sparò alla testa. Big Bang.»
«Sintetico.»
«È un microracconto, te l’ho detto. Invece immagino che tu ti sarai preparata, dopo un anno…» ha sorriso lui. «Per cui non ti chiedo niente dei filosofi presocratici. Parlami del mito della caverna di Platone.»
«Questa la so!» ha esclamato Carlotta.
Si sono baciati e per un attimo il tempo è rimasto sospeso. Ma per fortuna il mondo – a meno che non fosse tutto quanto un’illusione – li aveva aspettati e non stava finendo neanche questa volta.