La mia bacheca di Facebook è costellata di messaggi di gente che scrive (scrittori affermati e no). Questo succede quando si finisce in una bolla. La mia bolla coincide in buona parte col mondo che gravita intorno ai libri.
Molti di quelli che scrivono (per professione, per diletto o per ossessione) finiscono prima o poi per lamentarsi che gli editori sono cattivi, i critici distratti, i lettori assenti. Costoro sembrano gli unici a cui importino le sorti della letteratura, ma spesso è evidente che quello che interessa loro per davvero sono i propri scritti. Sono gli unici che meriterebbero l’attenzione generale, e chissenefrega di quello che succede là fuori. Gli editori dovrebbero ricoprirli di soldi, i critici di lodi, i lettori dovrebbero rincorrerli per strada come con i Beatles in A Hard Day’s Night.
Il fatto che non sia così li riempie di frustrazione.
Possibile che nessuno dia il giusto valore, la giusta importanza a quello che scrivono o hanno scritto?
Possibile che siano tutti così miopi?
Ecco, io credo che questo ragionamento sia figlio di motivazioni sbagliate. Chi scrive per il plauso degli altri andrà incontro a delusioni. Anche uno scrittore di successo prima o poi inciamperà in critiche negative o peggio ancora verrà bollato come sopravvalutato (se non come fenomeno da baraccone) da chi non lo avrà mai nemmeno letto.
Queste motivazioni sbagliate non valgono soltanto per la scrittura, ma per tutto quello che si fa nella vita. Io, per dire, l’ho imparato da ragazzino ai giardinetti. Quando si è molto giovani e si è maschi, di solito si dà un’importanza esagerata al calcio. Tutto ruota lì intorno, inizia e finisce dove c’è un pallone da buttare in rete.
I ragazzini vogliono fare gol spettacolari, dribbling pazzeschi, rovesciate e catapulte infernali viste solo in Holly e Benji, perché magari lì intorno ci sono delle ragazzine. I ragazzini maniaci del calcio pensano che i migliori tra di loro impressioneranno le ragazzine e le ragazzine si strapperanno i capelli per loro. Invece no. Alle ragazzine solitamente non interessa nulla dei gesti atletici, non si accorgono di chi sta segnando più gol. Sembrano… distratte.
Tutto questo vi ricorda qualcosa?
Sì, è come scrivere un libro, dare un’importanza esagerata alla cosa, e poi accorgersi che agli altri interessa poco o niente.
Personalmente credo sia giusto credere in quello che si fa, non mollare, impegnarsi al massimo, ma senza aspettarsi che anche gli altri reagiscano con lo stesso entusiasmo.
Forse l’unico risultato sicuro che si ottiene quando si fa qualcosa in cui si crede – oltre al piacere di averlo fatto – è una nuova percezione di se stessi: se tu pensi che ce la puoi fare, magari prima o poi lo penseranno anche gli altri.
Ma non bisogna avere fretta.
Né darlo per certo: non è detto che le ragazzine, crescendo, ti apprezzeranno mai per i tuoi dribbling.