Ha ragione chi dice che il mestiere dello scrittore non ti dà nessuna certezza di essere in grado di saper fare un’altra volta quello che hai già fatto, magari, cento volte. Nel senso che ogni volta che ricominci da capo, iniziando a scrivere l’ennesima storia, ti devi preparare ad affrontare un’avventura del tutto nuova e imprevedibile. Certo, ti puoi sempre appoggiare all’esperienza ma credimi quando ti dico che ogni volta che inizi un nuovo romanzo o un nuovo racconto è come se quello che hai scritto in passato venisse resettato. Ogni storia richiede una voce diversa, un tono diverso, un registro diverso. Non sempre quelli che ti sono più congeniali, e a volte quelli che non hai mai testato sul campo.
Però è una bella emozione quando puoi dar vita a qualcosa di nuovo: in quel momento le potenzialità sono infinite e dipendono dal tuo lavoro, dalla tua costanza, dalla tua resistenza di fronte alle inevitabili difficoltà. In quel momento, in cui il primo foglio è ancora bianco, parti alla pari con tutti i più grandi della storia. Anche Proust ha iniziato così, mica si è trovato tremila pagine già scritte. Anche Tolstoj, Dostoevskij, Fitzgerald, Steinbeck… Sono stati soltanto più bravi da quel momento in poi, e non sempre con lo stesso esito da una volta all’altra: esistono pure scrittori che hanno scritto un capolavoro e tanta roba mediocre.
Ecco perché scrivere è più faticoso ma più emozionante che aver scritto.
Quasi mai in un romanzo l’incipit viene scritto per primo (dei miei sei romanzi soltanto uno ha conservato la prima frase dalla primissima stesura fino alla pubblicazione: Bambole cattive a Green Park), però per i lettori è la porta di accesso a questo mondo fantastico che ha impegnato l’autore per un considerevole lasso di tempo. Ecco perché l’incipit – ci dicono tutti i manuali di scrittura – è così importante. Un buon incipit ci dice tantissimo del libro che andremo a leggere.
Mi sono divertito a rileggere tutte le prime pagine dei miei romanzi e ho deciso di riproporle anche in questo post, con un piccolo commento.

Il mio primo incipit, quindi si può dire il mio modo di presentarmi al mondo, è stato quello di Quelli di Goldrake. Mi piace che il romanzo inizi dalla fine e con un pronome (come se fosse implicito a chi si riferisce il narratore). Non mi piace (più) il barocchismo della prima frase: troppi aggettivi! C’è già la narrazione in seconda persona (che è un po’ il mio marchio di fabbrica) e un certo gusto per il citazionismo.

Come dicevo prima Bambole cattive a Green Park ha conservato dall’inizio alla fine dei lavori lo stesso incipit. Mi ricordo ancora il momento in cui l’ho scritto, per testare il mio primo portatile, un vecchissimo Mac di seconda mano con lo schermo in bianco e nero. Qui la storia inizia a due terzi. Mi piace la prima immagine e il fatto che venga introdotto subito il motore della storia: “eravate partiti in tre, e tornavate in due”. Mi piace meno, anche qui, un certo barocchismo giovanilistico in voga in quegli anni, che ho poi asciugato nelle scene riprese in Green Park Serenade.

L’incipit di L’amore ci farà a pezzi è il mio preferito. Credo che i sei anni intercorsi dal secondo al terzo romanzo non siano passati invano e dimostrino un radicale cambio di stile. È anche il primo incipit metaletterario, come si scoprirà nella pagina successiva: è infatti l’incipit dell’autobiografia scritta dal protagonista. Mi piace il fatto che anticipi i temi centrali del romanzo: il tempo e la percezione che ne abbiamo, il tennis, l’amore.

In Revolver porto il discorso metaletterario alle estreme conseguenze: c’è l’incipit del romanzo e subito dopo il commento riguardo allo stesso. Mi piace perché è ironico e perché introduce immediatamente la dicotomia tra quello che il narratore-protagonista scrive e quello che il narratore-protagonista fa (fino a quando le due parti finiranno per coincidere).

L’incipit di La parte sbagliata del paradiso è la citazione di una citazione: io che cito Eureka Street che cita Anna Karenina. Mi piace perché spinge sul pedale del citazionismo e perché trovo che le prime righe siano le più efficaci fra tutti i romanzi che ho scritto finora, una sorta di strano sillogismo. Mi piace anche perché le prime tre righe contengono un’importante anticipazione: il fatto che questa storia stia per essere raccontata implica che l’assunto iniziale non rimarrà valido a lungo.

Nell’incipit di Green Park Serenade, invece, mi autocito: il romanzo prende avvio allo stesso modo di Bambole cattive a Green Park, indicando fin da subito una stretta parentela tra le due storie e il salto temporale di quindici anni che sarà centrale nel prosieguo. In questo incipit, peraltro, ci sono altri vecchi elementi che ritornano: la narrazione in seconda persona, l’avvio in medias res e non dall’inizio della fabula. Ma è la prima volta che compaiono dei dialoghi già nella prima pagina.