Ritornano le vecchie lettere della mia posta degli autori solitari.
Oggi ripropongo due questioni spinose e in qualche maniera correlate: chi scrive non deve andare a caccia di complimenti, ma se si presenta bene ha qualche chance in più di essere notato, letto e quindi pubblicato.

Giulio ci scrive: “Perché quando scrivo ricevo complimenti dagli amici e non dagli addetti al lavoro?”
Ecco, a parte il fatto che ricevere complimenti da quelli che tu chiami addetti al lavoro è quasi impossibile (al massimo ti diranno “funziona” o “possiamo provare a farne un libro”), c’è da dire che i complimenti sono un materiale da maneggiare con molta cura. Quanti complimenti sono attendibili? Quanti sono obiettivi? Quanti sinceri? Quanti sono invece influenzati dal legame che si ha con l’autore, dalla paura di ferirlo o scoraggiarlo? Quanti sono fatti per il quieto vivere e quanti (soprattutto nelle community sul web) per incoraggiare commenti positivi alle PROPRIE opere?
Per te che scrivi e non accetti che persone estranee non siano così entusiaste del tuo lavoro, queste domande devono essere un tarlo. Non sono gli estranei ad essere prevenuti nei tuoi confronti: forse sono i tuoi amici ad essere prevenuti in senso contrario. Come dico sempre, la mamma non conta come fan.

Lorenzo ci scrive: “Quanto conta la veste grafica di un manoscritto inviato a un editore? E soprattutto: conta?”
Caro Lorenzo, per quanto mi riguarda conta eccome. Non voglio dire che si debbano mandare testi miniati con copertine di marmo o in pelle di pitone. Però attraverso il tuo manoscritto stai presentando anche te stesso, e a un colloquio di lavoro non andresti mai in pigiama, no? La prima impressione è importante e lo dimostra il fatto che i lettori sempre più spesso vengono conquistati dalle copertine dei libri, se non addirittura dalle famigerate fascette. Un editore è innanzitutto il tuo primo lettore esterno e quindi dagli qualcosa che sia piacevole da vedere, che possa attrarlo o almeno renderlo bendisposto. La sciatteria va evitata, così come le immagini pescate su Internet e l’uso di font improbabili tipo il Comic Sans (orrore, orrore!).

[foto di Carlotta Borasio]