I miei allievi del corso di Scrittura Creativa nei loro esercizi tendono ad abusare degli aggettivi. Spesso del tutto superflui oppure già sentiti e risentiti fino a diventare scontati (avete presente il “caldo eccezionale” dei tg estivi? E la “luce accecante”? E il “silenzio assordante”?).

È una trappola piuttosto comune per chi inizia a scrivere e di solito nelle scuole di scrittura partono delle vere e proprie crociate nei confronti degli aggettivi. Hemingway li levava? Ecco, levateli anche voi. Come se lo stile di Hemingway fosse l’unico degno di essere considerato e preso ad esempio (okay, ce l’ho un po’ con lui perché in Festa mobile ha rappresentato Fitzgerald come un povero scemo, e a me Fitzgerald non dovete toccarlo).

Personalmente non sono un nemico giurato degli aggettivi, così come non lo sono degli avverbi: servono a dare colore, a rendere più personale un’immagine e pure a modificare il suono e il ritmo di una frase. E in generale odio le posizioni troppo radicali. Un aggettivo non ha mai fatto male a nessuno; dieci di fila invece possono rappresentare un problema.

In questi giorni sto leggendo il libro delle prime pagine della Gazzetta dello Sport, una lettura molto istruttiva per capire come sono cambiati non solo lo sport e il giornalismo sportivo, ma anche il linguaggio. Tutti abbiamo ben presente lo stile enfatico del Ventennio fascista, ma quello che pensiamo è che quello stile sia nato all’improvviso e sparito da un giorno all’altro, subito dopo la guerra. Non è così.

Vi riporto alcuni titoli: “Il negro  Johnson batte il bianco Jeffries”. Fascista? No, 1910. “Girardengo vince finalmente la Milano-Sanremo dopo una lotta furibonda contro gli elementi e contro gli uomini”: 1918. “Costante Girardengo, l’atleta sbalorditivo, vince per la sesta volta la classicissima, svoltasi in una giornata invernale, battendo sul traguardo Binda dopo un drammatico duello”: sì, tutto un titolo, e sì, qui siamo nel 1928. “Primo Carnera, palesatosi atleta poderoso, autoritario e abile, batte nettamente a Barcellona Paulino Uzcudum ai punti”: 1930. “Learco Guerra, nel giorno più radioso della sua formidabile carriera, conquista l’alloro del Campionato del Mondo sgominando il lotto degli avversari in una gara irruente […]”: 1931. “La squadra italiana sconfigge la squadra ungherese con un acrobatico goal di Cesarini all’ultimo minuto di una velocissima, strana ed appassionante partita”: sempre 1931. “Privi di Monti fin dai primissimi minuti della partita e travolti all’inizio dal gioco veemente e vertiginoso degli inglesi, gli azzurri del Duce attaccano la ripresa a grande andatura, spiegano le insuperabili virtù della loro intelligenza e del loro stile e chiudono la partita con un punteggio brillante ed un ardore meraviglioso”: 1934, titoli sempre più lunghi e alla fine sempre meno esplicativi: secondo voi chi ha vinto? L’Italia? No, l’Inghilterra! “Nuovo trionfo di Fausto Coppi che giunge solo al traguardo fiorito e luminoso di Sanremo”: ancora periodo fascista? Macché, 1948. “Gli invitti azzurri della pallanuoto conquistano il titolo olimpionico”: sempre 1948. “Fausto Coppi atleta impareggiabile ridà all’Italia il titolo mondiale”: 1952. Eccetera eccetera. Fino ad arrivare alla didascalia: “Enzo Bearzot, il superbo pilota di questa nazionale diventata campione del mondo”. E qui siamo, ebbene sì, nel 1982.

Oggi invece anche le notizie e i titoli dei giornali sono più secchi, senza aggettivi e giudizi di sorta. Al massimo vanno di moda, soprattutto sui giornali sportivi, i giochi di parole. E quindi, ci chiediamo, che fine hanno fatto gli aggettivi? Sono stati uccisi dai corsi di scrittura, dalle scuole di giornalismo e dagli adepti di Hemingway?
Di sicuro portano con sé un effetto un po’ vintage e per questo, chissà, potrebbero essere riscoperti in qualche vecchio armadio e tornare di moda.

[foto La Gazzetta dello Sport]