Avete presente quelle chiese un po’ buie che nascondono dipinti eccezionali? Di solito questi dipinti, perché non si rovinino, hanno dei faretti che rimangono spenti a meno che un passante non decida di inserire una monetina. Solo allora questi capolavori possono essere ammirati nella loro completezza.

Ecco, i libri hanno la stessa funzione di quella monetina.

Scrivere è illuminare le zone d’ombra. Portare alla luce quello che è sotto gli occhi di tutti, ma che gli altri non vedono. Non necessariamente perché gli scrittori siano degli esseri superiori, ma perché ognuno di noi ha un punto di vista unico, diverso dagli altri. Basta allenarlo un po’ ed evitare di seguire il gregge aderendo passivamente al pensiero unico oggi così di moda soprattutto sui social.

Ogni libro, una monetina. Dostoevskij ci illumina la zona del rimorso, Proust quella della nostalgia, Fitzgerald quella del rimpianto, e così via. Ogni volta se ne esce arricchiti perché queste zone d’ombra non riguardano luoghi a noi estranei: queste zone d’ombra sono dentro di noi, sono gli spazi che ci sono sempre stati ma che noi non abbiamo mai visto nella loro interezza. Mai così chiaramente.

Ed ecco l’altra magia dei libri: è vero che è l’autore porta alla luce, ma non lo fa solo per se stesso, lo fa anche per i suoi lettori. Lo scrittore è quello che mette la monetina, ma della luce di quella monetina ne godono tutti i presenti. A quel punto, scrittore e lettori finiscono per essere sullo stesso piano, o addirittura i lettori possono “scavalcare” lo scrittore e vedere qualcos’altro di cui lui non si era nemmeno accorto.

E allora la catena potrà ricominciare: nuove monetine illumineranno parti di noi fino a lì rimaste in ombra, nuove consapevolezze verranno rivelate, nuove domande esigeranno nuove risposte.