Qualche mese fa io e Carlotta abbiamo deciso di rivedere tutto Lost. Una puntata dietro l’altra, e soprattutto una stagione dietro l’altra. L’effetto non è stato diversissimo dalla visione precedente: eccezionale la prima stagione, e poi via via sempre peggio. Ma non sono qui per fare una recensione fuori tempo massimo di questa serie tv che rimane comunque un modello di narrazione per tanti aspetti. Mi interessava parlarvi di Lost per capire il motivo del suo successo, soprattutto iniziale.

Il fatto è che già la prima stagione di Lost è piena di fatti inverosimili, a cominciare dal disastro aereo in cui sopravvivono un sacco di passeggeri. Eppure tutto è raccontato così bene e i personaggi sembrano così reali che ce ne dimentichiamo subito.

Funziona ottimamente quello che viene chiamato “il patto col narratore”: tu mi racconti una storia di finzione e io sto al gioco facendo finta che sia vera. Sospendo il mio giudizio, i miei dubbi, la mia razionalità: torno a credere a Babbo Natale e all’Uomo Nero.

Questo non vale solo per una serie tv come Lost, ma vale per ogni storia, che sia scritta, raccontata a voce o attraverso immagini fisse o in movimento. Alla base di tutto, non c’è la verosimiglianza (le storie possono essere realistiche o fantastiche) ma la credibilità. Se mi racconti una storia e io ci credo, vuol dire che funziona. Se invece non ci credo, tu, narratore, hai fallito il tuo compito.

Lost ha funzionato fino a quando gli autori sono riusciti a dargli credibilità. Appena hanno deciso di strafare, forse per l’esigenza di sorprendere continuamente e ribaltare ogni volta le certezze degli spettatori, o forse perché la storia è sfuggita loro di mano, è stato come rompere l’illusione scenica: molti hanno cominciato a rendersi conto che stavano guardando un’opera di fantasia e hanno smesso di accettare le scelte degli autori e considerare credibile lo sviluppo della storia.

La lettura e più in generale la fiction, parafrasando uno dei personaggi principali di Lost (John Locke), è essenzialmente un atto di fede.

Ci credo perché voglio crederci.

Ma tu, narratore e dio della storia, non devi deludermi mai.

[foto di Ben White]