Si legge spesso della paura della pagina bianca, tanto che la pagina bianca sembrerebbe il più grande spauracchio di chi scrive. Io invece la trovo ricca di potenzialità. Quello che mi spaventa, al limite, è una pagina scritta male perché so che impiegherò molto più tempo per rimetterla a posto – e probabilmente finirò per buttarla. Ma lo schermo bianco col cursore lampeggiante è un mondo incontaminato ancora tutto da esplorare. E cosa c’è di meglio, quando si scrive? A meno di non essere uno di quegli scrittori o aspiranti tali che non vorrebbero scrivere ma aver scritto.

Molti anni fa, parafrasando nientepopodimeno che Michelangelo, mi piaceva dire che nella pagina bianca c’è già tutto, e il compito dello scrittore è quello di togliere il bianco in eccesso per far emergere una storia. O qualcosa del genere. A mia discolpa faccio presente che ero alle prime armi e come buona parte dei giovin scrittori compensavo le mie ingenuità con sparate colossali. Oggi non direi più una cosa del genere, però in effetti il significato ultimo è che la pagina bianca e la penna (o lo schermo bianco e i tasti) sono gli strumenti di lavoro di chi scrive, esattamente come le corde della chitarra per un chitarrista e la moto per un motociclista. Avete mai visto un ciclista che ha paura della bici? O un calciatore che ha paura del pallone?

Ma allora perché a volte si rimane a fissare il cursore lampeggiante, come ipnotizzati?
Secondo me si tratta della paura di battere sui tasti. Di corrompere la perfezione potenziale con un’inevitabile imperfezione. In quei casi bisognerebbe lasciare andare le dita, senza pensarci troppo. Scioglierle e farle fare ciò che sanno. Credo che ci sia una parte del cervello estremamente conservatrice che non vorrebbe mai che ci mettessimo a fare qualcosa di nuovo, col rischio di sbagliare o di non essere all’altezza. Quella è la parte che ci fa procrastinare qualsiasi attività (“ok, lo faccio dopo, ma prima devo assolutamente…”). Quella è la parte che trasmette paura alle mani e che blocca tutto il processo. Quella è la parte che va sedata.

No, non vi sto dicendo di assumere droga o di scrivere sotto l’effetto dell’alcol. Vi sto solo dicendo di togliere le briglia alle mani. Avete mai notato che la parte più difficile è iniziare? Poi in qualche maniera si va avanti, a volte più velocemente, altre meno, ma il grosso problema è convincere il cervello a non ostacolarvi. È lo stesso effetto del “braccino” che viene al tennista, soprattutto a quello inesperto, nel momento in cui si trova a gestire una situazione decisiva. Il cervello, che dovrebbe essere il migliore alleato, si mette invece di traverso e blocca le articolazioni.

Come superare questa situazione, quindi? Ognuno ha i suoi metodi e i suoi riti. C’è chi deve scrivere sempre nello stesso posto e alla stessa ora, chi sempre vestito nello stesso modo, chi va farsi una corsa o una nuotata, chi riesce a scrivere soltanto in treno… Su di me funziona la musica: se sono bloccato, mi metto ad ascoltare i miei pezzi preferiti (non in italiano, perché le parole si sovrapporrebbero) e le dita si mettono a battere a tempo sui tasti, come se stessi suonando il piano (che per inciso non so suonare). Dopo due-tre canzoni non mi accorgo nemmeno più della musica, sono completamente immerso in quello che sto scrivendo. Con tanti saluti alla parte paurosa del mio cervello.

PS: Se invece lo schermo bianco del computer vi terrorizza davvero perché troppo luminoso e accecante, fate come Morozzi: cambiate colore dello sfondo, e dateci dentro.